IL CORTEO STORICO
 

        

PREMESSA ALL’ILLUSTRAZIONE STORICA

I quadri e i costumi proposti sono ricostruzioni di aspetti di vita reale documentati con sicurezza nella Marca Trevigiana del XIII e, specialmente, del XIV secolo.

La correttezza storica impone comunque di chiarire che, di tutte le amministrazioni locali, solo quelle dei villaggi erano allora realmente esistenti. Quelle dei borghi del castello vennero introdotte (ad eccezione della Pieve Nova) solo in epoca successiva, sotto il governo veneziano. Le esigenze della coreografia e del gioco hanno però suggerito di prendere una licenza storica e di anticipare cronologicamente tali istituzioni in modo che ogni squadra possa essere degnamente rappresentata anche durante la sfilata del corteo.

I costumi sono invece correttissimi e curati fin quasi nei minimi particolari, avendo avuto l’accortezza di lasciare alle sarte, ai calzolai e ai fabbri quel margine di intervento personale sul modello base che era certamente presente anche in origine.

Un discorso a parte meritano infine gli stemmi dipinti sugli scudi. Essi cominciano ad essere usati come rappresentazione delle famiglie proprio in quegli anni e sono, quindi, diffusissimi gli stemmi individuali e le variazioni sul tema. Gli scudi usati nella pratica militare vera e propria non erano così standardizzati nei colori come possiamo pensare noi. Qui si è voluto tener conto anche di queste realtà e, mentre esigenze di carattere coreografico hanno suggerito di individuare gruppi di armati in base ai colori degli scudi, contemporaneamente i gruppi di frazione e di quartiere sono stati lasciati liberi di scegliere i colori e le figure, pur della stessa famiglia, in modo da far rivivere anche l’antica varietà.

 

IL GROSSO D’ARGENTO

In tutta la Marca Trevigiana venivano usate le monete veneziane. Tra queste spiccò a lungo quella detta grosso o ducato d’argento. Venne coniato per la prima volta sotto il dogato di Enrico Dandolo, fra il 1202 e il 1204, anche se cominciò a circolare in terraferma solo intorno al 1250. Era di argento quasi puro (965/1000), pesava 2,2 grammi ed aveva un diametro di 20 mm circa.

La moneta che viene proposta per l’uso nella Fiera del castello ne riproduce solamente il disegno: su un lato è rappresentato il Redentore seduto in trono, sull’altro lato San Marco consegna il vessillo al doge.

 

 

LA PRESENZA RELIGIOSA

I DUE PIEVANI

Il castello originariamente faceva parte della parrocchia della Pieve Nova, nonostante avesse al suo interno, fin dall’origine, una propria cappella dedicata a S. Liberale, protettore della città - madre. Fra questa chiesa e quella esterna nacquero molto presto acuti dissidi legati alla supremazia di una sull’altra. Per lungo tempo l’unica pieve venne retta da due pievani, uno detto della chiesa de dentro e l’altro della chiesa de fora, entrambi contitolari della stessa parrocchia. Questo, anziché quietare gli animi, li accese ancora di più coinvolgendo nella questione buona parte della popolazione. Infine, alla chiesa di dentro venne riconosciuta dignità di parrocchia autonoma e alla chiesa de fora la supremazia per antichità. Gli asti comunque non cessarono e si dice che, pur attenuati, durino tuttora.

I CONSOLI E LA LORO CORTE

I Consoli dovevano avere almeno venticinque anni,

dovevano appartenere al grado maggiore (nobili) per nascita del padre o

della madre,

dovevano avere un patrimonio in beni immobiliari di almeno 1.500 lire di

piccoli (attuali 180 milioni di lire, molto circa).

La giurisdizione dei consoli castellani si estendeva da Casacorba e Piombino fino a Vedelago, Pagnano, Fonte, S. Zenone, Mussolente e Romano.

Duravano in carica sei mesi.

I consoli dovevano avere un cavallo buono ed un ronzino.

Personalmente dovevano possedere corazza, guanti di maglia di ferro, collare, elmo, scudo e lancia.

Prima di assumere la carica dovevano giurare davanti al Podestà di Treviso di fare buona e sicura custodia del castello, segnalando subito ogni sospetto di tradimento o di attacco nemico.

Era loro vietato, pena la decadenza dalla nomina, di ricevere alcun tipo di compenso, a qualsiasi titolo, che non fosse il loro stipendio.

Non solo non potevano appropriarsi dei beni del Comune, ma dovevano anche denunciare chiunque lo facesse.

Avevano l’obbligo di risiedere continuamente a Castelfranco con la moglie e l’intera famiglia.

Amministravano la giustizia fino a venti lire di piccoli (circa 2.400.000 Lit.).

 

Il condannato si poteva appellare al Podestà di Treviso, ma se lo avesse fatto senza valido motivo doveva accollarsi le spese della controparte.

Dal 1268 furono sottratte ai consoli le cause penali o di maleficio, come si diceva allora.

Tutti i redditi provenienti da Castelfranco dovevano essere registrati in un apposito libro e ogni tre mesi consegnati ai massari del Comune di Treviso.

Uno dei due consoli doveva sempre essere in sede e quello che se ne doveva legittimamente allontanare doveva prima avvisare il collega.

Nessuno dei due doveva rimanere fuori di Castelfranco oltre due notti senza la licenza del Podestà trevigiano.

Il salario dei consoli era di 100 lire di piccoli (circa 12.000.000 Lit.) per tutti i sei mesi e veniva pagato in due rate.

 

I consoli di Castelfranco erano accompagnati da

sei banditori,

undici guardie,

un massaro con un notaio,

due giurati di giustizia con un notaio,

due pubblicatori con un notaio,

un giurato alla stadera (o pesatore di carne e cacio) con un notaio,

un notaio del maleficio.

 

I banditori (o precones) dovevano avere almeno venticinque anni, essere cittadini trevigiani per nascita propria o del padre o della madre.

Dovevano portare al capo o al collo una infula (o bereta) vermiglia.

 

Facevano di tutto, dal portare ordini e disposizioni all’aprire e chiudere il palazzo pubblico, dal reggere il lume nelle ispezioni notturne alle guardie delle porte all’accompagnare i condannati al patibolo.

Dovevano inoltre possedere un cavallo per le missioni fuori città.

 

I massari erano una specie di assessori al Bilancio e al Patrimonio che erano tenuti a controllare ed amministrare.

 

I giurati di giustizia provvedevano alle riscossioni di multe, ammende e contravvenzioni varie e provvedevano a consegnarle ai massari. Inoltre dovevano indagare che pesi, misure e confezioni delle merci in vendita nei vari negozi fossero rispondenti ai termini di legge.

 

I pubblicatori dovevano sorvegliare strade e fossi pubblici e provvedere alla loro perfetta tenuta in ordine.

 

Il giurato alla stadera controllava i pesi di macellai (becari) e rivenditori di formaggio (casolini).

 

Il notaio al maleficio doveva registrare diligentemente quanto gli veniva dettato e suggerito e verbalizzare le testimonianze.

Era soggetto al segreto d’ufficio.

Assisteva i consoli nelle loro indagini e conseguenti contromisure in ogni tipo di delitto.

 

AMMINISTRAZIONE DI BORGHI E VILLAGGI

I rappresentanti ufficiali di Treviso nei villaggi e nei borghi erano i merighi e i giurati.

La maggiore autorità spettava al meriga.

Per l’elezione di costui si preparava un elenco (o stella) di uomini del villaggio ritenuti più adatti, poi si procedeva per ordine di esso.

Chi veniva eletto non poteva più esserlo fino all’esaurimento dell’elenco stesso.

Merighi e giurati provvedevano poi ad eleggere gli impositori o esattori di collette.

Tutti costoro dovevano avere almeno venti anni, essere incensurati e godere di buona reputazione.

Merighi e giurati

- procedevano alla nomina dei successivi

- controllavano che il villaggio fosse fornito di loviera o trappola per i

lupi che allora infestavano le nostre campagne

- dovevano denunciare i delitti e provvedere con gli altri abitanti alla

cattura dei rei

- ad ogni elezione del Podestà, dovevano recarsi a Treviso per giurargli

obbedienza

- dovevano tenere presso di sè la legislazione relativa alla mezzadria, alla

piantagione e coltivazione di viti e olivi, alle decime e ai quartesi

- imponevano multe fino a 100 soldi di piccoli (circa 600.000 Lit.)

- sorvegliavano che a tre miglia dai confini non venissero esportate biade

fuori del territorio comunale.

 

I guardiani (o saltari) dovevano sorvegliare che i vari campi, broli ed orti non subissero danni da chicchessia.

 

CAMPIGO - LA FUCINA DEL FABBRO

Con Campigo non sfila alcun quadro particolare ma all’interno del castello è stata preparata, a cura del vecchio villaggio, una fucina: un fabbro vi lavora il ferro secondo gli antichi metodi artigianali.

Tutto ciò che riguardava la lavorazione dei metalli era un tempo riservato a questi autentici artisti in grado di forgiare qualsiasi strumento in ferro venisse loro richiesto, dalle armi ai chiavistelli, dagli zoccoli di asini e cavalli ai cerchi e mozzi delle ruote dei carri. Il lavoro veniva svolto quasi interamente a mano e solo chi risiedeva nelle vicinanze di un corso d’acqua vi poteva installare un maglio a forza idraulica.

 

LE MONACHE

Praticamente dalle sue origini, il fenomeno del monachesimo interessò anche le donne che si ritrassero in meditazione e preghiera esattamente come gli uomini. Anch’esse risiedevano in monasteri che ricevevano spesso cospicue donazioni, giungendo a livelli di grande ricchezza. Contemporaneamente alla fondazione di Castelfranco, per esempio, l’abbazia benedettina di Mogliano era retta da monache e le sue proprietà comprendevano anche dei fondi a Cavasagra.

Sempre in quei tempio, parallelamente a S. Francesco, anche Santa Chiara dava vita all’Ordine delle Clarisse che molto velocemente si diffuse in tutta l’Italia.

Ben possiamo, quindi, immaginare alcune sorelle muoversi sulle nostre antiche strade e portare un po’ di carità cristiana fra case e casoni di quell’epoca.

 

QUARTIERE VERDI - IL CONIATORE

Nel medio evo non esistevano banconote, le monete valevano esclusivamente per il loro peso e per i metalli da cui erano costituite. Ogni stato (o città - stato) con interessi commerciali di notevole importanza, provvedeva a predisporre le monete di cui aveva bisogno garantendone il peso e le altre caratteristiche imprimendo i propri marchi sul cerchio di metallo.

Le impronte che ne risultavano erano dovute alla pressione con cui gli stampi (o coni) venivano battuti con pesanti mazze e mazzuoli: da qui l’espressione di "battere moneta" per indicare la loro coniatura. Il tutto era ovviamente tenuto sotto rigoroso controllo dagli organi di governo che, nei Comuni medioevali, erano costituiti dagli stessi commercianti che quelle monete dovevano poi usare nelle loro transazioni.

 

SAN GIORGIO/BORGO PADOVA

MONASTERO BENEDETTINO

Del monastero che con certezza sorgeva a ridosso dell’attuale chiesetta campestre di S. Giorgio sappiamo poco. Certamente dipendeva dall’Abbazia di S.Eufemia di Villanova, ora Abbazia Pisani, fondata dai benedettini in piena epoca longobarda e sempre ai Longobardi ci rimanda la dedicazione della chiesetta, simile in questo alla consorella S. Massimo (o S. Rocco) nella campagna di Borghetto.

Ai frati benedettini erano stati affidati infatti il riscatto delle terre incolte ed abbandonate durante l’incessante stato di guerra seguito al crollo dell’Impero Romano d’Occidente e col tempo i monasteri accumularono ricchezze fondiarie tali da inserirsi a tutti gli effetti nel sistema feudale.

 

PENE ED ESECUZIONI

E’ vero, secondo i nostri principi il medio evo conosceva pene dure e crudeli. Ma non drammatizziamo oltre il necessario: l’idea di fondo era che la paura sarebbe stata un sufficiente deterrente al crimine, quindi erano normali sia la pena di morte (meno frequente di quel che si pensa .....) che le amputazioni. La fantasia purtroppo non mancava ai nostri avi ma di una cosa dobbiamo dar loro atto: era la società che con le sue leggi propinava le pene, esse quindi dovevano essere pubbliche affinché tutti potessero vedere che venivano eseguite e in cosa consistevano realmente ...... che ognuno si assumesse la sua carica di responsabilità morale!

Le esecuzioni cruente avvenivano ad almeno tre miglia dalla città e comprendevano impiccagioni, amputazioni, roghi, corbellature e via discorrendo. Nelle piazze si poteva essere esposti nella gabbia, alla berlina oppure fustigati.

La tortura era estremamente rara e richiedeva il permesso degli anziani e dei consoli di Treviso, a volte addirittura quello dei due consigli dei Quaranta e dei Trecento; consisteva generalmente nel "tratto di corda" o nell’ustione dei piedi: molto più civili degli ignobili marchingegni cui ricorriamo (di nascosto) ai nostri giorni.

Il condannato veniva condotto (o "strascinato") al patibolo preceduto da un frate con la croce, un esponente della corte del podestà, un notaio dei malefici, uno o più banditori.

 

QUARTIERE VALSUGANA - LA VITA CONTADINA

La vita dei contadini era strettamente legata alla terra che essi stessi lavoravano, ai suoi ritmi stagionali e da essa ricavavano praticamente tutto quanto serviva. Sono le parole stesse di "contadini" (= abitanti del contado, cioè della campagna) e "villani" (= abitanti delle ville, cioè i borghi di campagna) che ci indicano questo dato di fatto. I loro stessi attrezzi erano praticamente in legno, ricavati da piante diverse a seconda del loro uso, della durezza o dell’elasticità che veniva richiesta nei vari lavori. Un ruolo particolare svolsero varie specie di salici nel fornire rami particolarmente flessibili, usabili come legacci o nella costruzione di cesti perché, una volta seccati, diventavano quanto mai duri e resistenti. Bisognava quindi conoscere molte caratteristiche "meccaniche" delle piante, comprese le erbe resistenti da usare per lavori di intreccio.

 

TREVILLE - FAMIGLIA DA CAMPOSAMPIERO

Tutta la famiglia era discendente di Tiso Cavaliere Tedesco giunto in Italia al seguito di Enrico II ed infeudato nel 1013, secondo la tradizione, di Treville (in cui venne edificato un castello ben forte) e di Camposampiero, da cui trasse il nome.

Fu Gerardo, figlio di Tiso, che con la sua violenza a Cecilia, moglie di Ezzelino II, diede il via alla lunga sequela di violenze culminate con le imprese di Ezzelino III e lo sterminio della sua famiglia, i da Romano.

Qui lo vediamo sfilare, ancora giovane, con i genitori e il fratello Tisone Novello, più noto come Tiso VI per essere stato, appunto, il sesto della famiglia a portare quel nome.

 

CAVALIERE DI SAN GIOVANNI

Al tempo delle crociate nacquero alcuni ordini monastico - cavallereschi fatti da monaci che si votavano alla vita guerriera per difendere i pellegrini e i luoghi santi dalle scorrerie arabe. Nacquero così i Templari, Cavalieri Teutonici e, appunto, i Cavalieri di San Giovanni.

A mano a mano che la riscossa mussulmana in Oriente li costringeva ad abbandonare le terre in cui si erano insediati, essi cambiarono nome, prima in Cavalieri di Rodi, poi in Cavalieri di Malta (nome che l’Ordine porta tuttora). Per sostenere la loro attività bellica e di assistenza ai pellegrini, ricevettero donazioni tali da farne una potenza, anche economica, di primo piano. Fondi di loro proprietà sono documentati anche nelle vicine Spineda, Casacorba, Vedelago ed una loro "magione" (sede secondaria) si trovava certamente a Pagnano. I Cavalieri veri e propri erano pochi ma a loro si univano gli inservienti (= servientes, sergenti); ogni magione era retta da un precettore cui erano subordinati rettori e cappellani (questi ultimi, però, non appartenenti all’ordine).

 

IL CERAMISTA

Il vetro e il metallo erano materiali decisamente costosi così ogni recipiente, dai piatti alle ciotole alle pentole, veniva costruito in ceramica (o terracotta) che poteva essere decorata anche in modo ricco e ricercato. Data la fragilità degli oggetti e la loro diffusione universale, quello del ceramista era naturalmente uno dei lavori più redditizi e ricercati, poche scuole però riuscirono ad ottenere fama e fortuna tali da essere copiate nella loro produzione artistica.

 

BORGO BASSANO - IL MUGNAIO

Da sempre il mulino è uno dei luoghi principi deputati alla nostra alimentazione. In esso i cereali vengono trasformati nella farina con cui poi procediamo a fare una quantità enorme di impasti: il pane è solo il più famoso e il più diffuso.

Il lavoro del mugnaio era quindi importantissimo e come tale estremamente controllato e regolamentato. I nostri mulini sorgevano tutti lungo corsi d’acqua da cui trarre la forza per far girare le mole e se i fiumi avevano un regime incostante (come il Muson), allora non si esitava a costruire canali appositi.

E’ il caso del Musonello, ora praticamente privo d’acqua, che nei secoli scorsi veniva chiamato addirittura "g(h)ebo di molini" per il loro elevato numero lungo le sue rive. Tali strutture sono ancora in grandissima parte esistenti, pur se in rovina.

VILLARAZZO - CATTURA E RILASCIO DEL MUGNAIO

L’episodio rientra nelle azioni di Can Grande della Scala, signore di Verona, contro Treviso e Padova, volte ad estendere la sua signoria sull’intero Veneto.

Nel 1314 Godego e Villarazzo vengono devastate ed un mugnaio di quest’ultima viene trascinato prigioniero fin sulle rive del Brenta per essere interrogato sulla situazione di Castelfranco. Diversamente dai costumi del tempo, viene rilasciato nonostante non sappia cosa dire ai suoi sequestratori.

Nel 1329 Can Grande ottiene Treviso, dopo Padova, ma muore di febbri violentissime pochi giorni dopo, come gli avevano predetto gli astrologi: la morte nel pieno della vittoria.

 

 

FAMIGLIA DA ROMANO

Villarazzo rientrava, almeno fino al 1220, fra i possedimenti della famiglia da Romano che qui viene rappresentata al tempo di Ezzelino II il Monaco. Costui dalla quarta moglie aveva avuto sei figli: in ordine, Palma Novella, Emilia, Sofia, Ezzelino (il futuro Tiranno), Alberico e Cunizza. Furono soprattutto gli ultimi tre a lasciare ampio ricordo del loro operato, tale da essere citati con vigore anche da Dante nella Divina Commedia.

 

BORGO ASOLO - GIOCHI DI BIMBI

I bambini hanno sempre giocato. Oggi li vediamo alle prese con giocattoli sofisticati ed elettronici, un tempo tutti i giochi erano semplici, di abilità, equilibrio e precisione. Il pittore fiammingo Bruegel, in un famoso quadro, ci dà un’antologia di questi giochi, sempre fatti in compagnia e ben noti a molti di noi: segno che cambiano i tempi, ma l’anima infantile è rimasta sé stessa .... per fortuna!

 

SANT’ANDREA - VIOLENZA A CECILIA DI BAONE

Cecilia di Baone, ricca ereditiera padovana, era stata sposata da Ezzelino II da Romano che l’aveva soffiata, con tutto il suo patrimonio, al cugino Gerardo da Camposampiero. Costui non seppe fare buon viso a cattiva sorte e si vendicò dell’avversario violentandone la moglie giunta a Sant’Andrea nella primavera del 1178 per pregare un’immagine miracolosa della Madonna (ora Madonna delle Grazie).

L’intera scorta di Cecilia venne trucidata con l’inganno, tranne una guardia che venne lasciata vivere solo perché narrasse ad Ezzelino II il fatto con abbondanza di particolari.

 

MACCHINE DA GUERRA

Ogni assedio richiedeva opere di ingegneri per la costruzione di macchine in grado di scagliare proiettili sulle difese nemiche od oltre di esse. Venivano costruite al momento, a volte con mezzi di fortuna, sempre con molta inventiva e molti spunti personali che si innestavano su alcuni schemi di base.

Le "artiglierie" più efficaci erano comunque i trabucchi, una specie di catapulta a contrappeso che nei casi più sofisticati permetteva addirittura di correggere le parabole di tiro spostando i contrappesi sul braccio di potenza della leva.

 

IL FRATE AMANUENSE

Ben poche persone sapevano leggere e scrivere, spesso neanche i nobili. Era una prerogativa strettamente clericale, legata in maniera particolare ai monasteri in cui i frati amanuensi si incaricavano di copiare a mano ogni opera scritta ai loro tempi o ereditata dai tempi antichi. Era un lavoro paziente e prezioso non solo dal punto di vista culturale ma anche venale, visto che un libro raggiungeva spesso un valore pari o superiore a quello di una casa in muratura!

 

MENDICANTI E LEBBROSI

A quei tempi non esistevano ammortizzatori sociali, chi si ammalava e chi non riusciva a procurarsi denaro sufficiente per vivere poteva solo far conto sulla generosità della gente e sulla carità di un clero che spesso riceveva rendite e donazioni proprio per far fronte ad una povertà diffusa, da un lato, e al bisogno di cure, d’altro lato, per chi si ammalava.

Fra tutte le malattie era soprattutto la lebbra che colpiva l’immaginario delle masse. Essa infatti aveva un decorso di vari anni durante i quali il corpo dell’ammalato si riempiva di piaghe disgustose fino a corrompersi e a cadere lentamente "a brandelli". La paura che questo male incuteva a tutti era tale che i lebbrosi non potevano avere alcun contatto diretto con i sani nŽ ovviamente entrare in città. Dovevano tra l’altro segnalare la loro presenza con campanelli ed indicare quello che serviva loro con un bastone senza mai toccare direttamente nŽ merci nŽ persone.

 

SORANZA - DISTRUZIONE DI S. COLOMBAN

Nel 1246 S. Colombano venne rasa al suolo durante una serie di scorrerie fra Ezzelino III da Romano e suo fratello Alberico, signore di Treviso e schierato dalla parte guelfa.

Il villaggio scomparve e tornò a rinascere solo alcune generazioni dopo attorno alla villa dei Soranzo che acquistarono nel 1317 proprio i terreni che avevano formato il vecchio feudo dei da Romano: da allora si chiama Soranza.

 

MONDIN DI SALVAROSA

Era un feudatario abitante nel villaggio di Salvarosa: noi lo diremmo un ricco possidente, ma nel 1300 alle proprietà erano aggiunti anche diritti amministrativi che ne facevano dei feudi veri e propri, pur non essendo di vastissima estensione.

Costui beneficiò nel 1350 sia la sua chiesa sia l’intera pievania di Salvatronda cui essa apparteneva.

 

L’ERBORISTA

Le medicine per noi più ovvie, allora erano semplicemente di là da venire. Ci si curava con infusi e decotti d’erbe che andavano pertanto raccolte e conservate nel momento giusto dell’anno. Solitamente la loro efficacia era confermata da una lunga esperienza ma, mancando un reale supporto scientifico, erano spesso confuse con strane credenze legate alle influenze astrali, alle formule magiche, e via discorrendo. Sembra un paradosso, ma alla fine erano più efficaci gli interventi delle povere ed ignoranti "herbarie", popolane, che le cure dei dotti medici, studiosi di opere infarcite di credenze che nulla avevano di scientifico

 

IL TROVATORE

Non esistevano nŽ cinema nŽ televisione. I "cantautori" però giravano già il mondo, passando da una corte all’altra per intrattenere i loro ospiti e per mettersi al loro servizio anche come ambasciatori, messaggeri, eccetera: in poche parole, erano uomini di mondo! Si chiamavano trovatori perché "trovavano" nuove strutture poetiche con cui dare dignità di lingua artistica ai dialetti che allora si stavano imponendo vigorosamente all’ormai spento latino con cui si eseguivano, prima di allora, tutti i componimenti letterari, dalle poesie ai racconti, alle canzoni ........

 

SAN FLORIANO - IL GREGGE

In tempi in cui ogni famiglia contadina doveva provvedere da sé al maggior numero possibile di bisogni in modo da limitare le spese a favore del guadagno, le pecore rappresentavano una preziosa fonte di ricchezza: da esse si otteneva regolarmente latte e lana, infine potevano essere macellate e fornire quindi carne, preziosa nell’alimentazione.

Il loro allevamento rimase diffuso nelle nostre terre molto a lungo e, pur se limitato all’area collinare e montana, nella prima metà del nostro secolo era ancora particolarmente vivo come forma di reddito familiare.

 

SALVATRONDA - FEUDO VESCOVILE

Salvatronda è una delle pievi più antiche dell’intera Marca Trevigiana, matrice di molte altre chiese contermini.

Dotata di castello, apparteneva al vescovo di Treviso, politicamente ed economicamente potentissimo, signore oltretutto, nel 1152, delle fortezze di Montebelluna, Cornuda, Negrisia, Mestre, Borbiago, Rustega, Stigliano, Trebaseleghe, S. Ambrogio, Scorzè, Quinto, Settimo, Istrana, Resana, Riese, Semonzo e metà di quella di S. Zenone.

Su tutte queste terre esercitava effettivamente ogni potere feudale ricavandone una potenza enorme, pur senza mai diventare Vescovo-Conte della città di Treviso.

Presso il Comune era rappresentato dalla famiglia Tempesta, signori di Noale e Brusaporco, che si fregiavano così del titolo di Avogadori del Vescovo.

 

IL CACCIATORE DI LUPI

I lupi erano allora un vero flagello. Frequentavano ogni angolo della nostra campagna e anche se preferibilmente rimanevano all’interno delle aree boscate, accadeva assai di frequente che, spinti dalla fame, si avvicinassero (soprattutto d’inverno) alle abitazioni, sbranando animali domestici e giungendo ad assalire gli uomini. Il Comune di Treviso li riteneva pertanto animali dannosissimi e la loro uccisione era un dovere di ogni cittadino. Ogni villaggio, infatti, era obbligato a tenere sempre in perfetto stato almeno una "loviera" (una trappola per lupi) e le pelli degli animali uccisi venivano pagate in ragione di venti soldi di piccoli (circa 120.000 £) se si trattava di un lupo. il doppio per una lupa.

 

IL MACELLAIO

Il "beccaio", come viene citato negli Statuti trevigiani, era una figura importante per l’approvvigionamento alimentare della città. La carne bovina era però piuttosto cara, molto più diffusa era quella di maiale, di pecora e via discorrendo. Data la facile deperibilità della merce, rigorosissime disposizioni regolavano la macellazione e la vendita al pubblico della carne che si doveva effettuare solo in alcuni luoghi e con la merce bene in vista per evitare contraffazioni di qualsiasi specie.

 

BELLA VENEZIA

Tuttora caratterizzata dal paesaggio agricolo, dall’abbondanza d’acqua e dal corso dell’Avenale che l’attraversa per intero, la frazione non è legata ad alcuna vicenda storica particolare se non alla sua stessa esistenza di borgo sviluppatosi attorno a case coloniche dotate di ampi porticati ed estese aie, abitate da famiglie numerose e caratteristiche, ancora adesso, del luogo: Trentin, Bordignon, Liviero, Mazzocca, eccetera.

 

EZZELINO III DA ROMANO

La tradizione ce lo indica come discendente da una famiglia che era stata infeudata di Onara e Romano nel 1036 dall’imperatore Corrado II il Salico.

Fino alla distruzione del castello omonimo (1198 - 99) la famiglia fu indicata col nome da Onara. Grazie ad una accorta politica matrimoniale divennero ben presto fra i più potenti feudatari del Veneto. Ezzelino III, anzi, ne tenne la signoria per molti anni, eccezion fatta per Treviso che invece si diede a suo fratello Alberico.

Lo stato di Ezzelino, fondato sul sangue e sulle sue personali doti militari e politiche, non gli sopravvisse. Nel 1159, accingendosi ad assalire Milano, venne colpito da una freccia al guado di Cassano d’Adda e morì poco dopo di setticemia nel castello di Soncino, in cui era stato rinchiuso.

L’anno successivo anche l’intera famiglia del fratello venne sterminata a S. Zenone in modo che nessuno ne potesse raccogliere la vendetta.

Ai da Romano spettava di diritto l’investitura del feudo (con castello) di Godego, pur appartenendo quest’ultima al vescovo di Freising, in Baviera.